Ricordando il Vajont

Ricordando il Vajont

Il 12 maggio 2013 abbiamo festeggiato la festa della mamma ma anche l’Adunata Nazionale degli alpini a Piacenza. Per noi è stato un fine settimana all’insegna del ricordo della tragedia del Vajont. Partiamo sabato pomeriggio con il nostro camper assieme a degli amici per fare una tappa a Feltre, per rivedere la sempre bella cittadina.

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Parcheggiamo come sempre nell’area di sosta “Pra del Vescovo”, visitiamo Feltre e completiamo la serata con la cena presso la Birreria Pedavena con pernottamento in loco.

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Al mattino un bel sole ci fa ben sperare per la giornata, qualche foto e poi via per la nuova meta, la diga del Vajont a Longarone (BL) che raggiungiamo in un’ora e mezza.  Da Longarone si sale a destra verso la valle del Vajont e subito si nota lo sbarramento della Diga in alto. La strada sale in fretta, si restringe in prossimità delle gallerie ma il traffico è regolato nei punti più stretti (ultima galleria) da un semaforo che alterna il traffico in salita e discesa. Arriviamo nel parcheggio a pagamento adiacente alla diga e vietato ai camper. Sostiamo per leggere le informazioni e su suggerimento di una guida ci spostiamo un po’ più a monte dove altri parcheggi sono liberi.

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Torniamo a piedi ed aspettiamo i nostri amici del Gam di Zugliano che arriveranno con il bus, seguiti da qualche altra auto. La giornata si presenta variabile ma speriamo che il tempo tenga e non piova, attendendo, chiacchieriamo con una guida che è già arrivata  ed entriamo nell’atmosfera del disastro. Una fila di 487 bandierine colorate con i nomi e gli anni dei minori morti in questa tragedia sventolano tra  l’ufficio informazioni e l’ingresso della diga .

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Arriva il bus e una allegra comitiva, dove il rosso predomina, si raggruppa attorno alle nostre guide che ci accompagneranno durante la giornata. Ci uniamo per le prime informazioni davanti alla chiesetta costruita in memoria ai bordi della diga. E’ qui che conosciamo Italo Filippin, la nostra guida ufficiale che si presenta in questo modo:

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Buongiorno a tutti, mi chiamo Italo Filippin e sono una guida volontaria per il Vajont, considerato anche la memoria storica della tragedia per il fatto che l’ho vissuta in prima persona, e seguito la vicenda anche del dopo, con i processi e i fatti, tenendo contatti con la popolazione in qualità di commissario e sindaco di ERTO.

Siamo in un parco naturale e  io conosco tutto anche della natura e delle montagne di questo luogo in quanto prima di fare questa attività facevo il guardia parco/caccia.

Vajont materia molto complessa, responsabilità umane grandissime, disastro brutto; da qualsiasi parte si guardi è una cosa brutta, scandali, ruberie, il peggio del peggio è successo nel disastro del Vajont, non per niente le Nazioni Unite qualche anno fa hanno dichiarato il disastro del Vajont il peggior disastro al mondo provocato dall’uomo.

La visita alla diga è un passaggio interessante ed emozionante, dove si vedono tante cose importanti e quest’anno è il cinquantesimo anniversario della tragedia che ebbe luogo  il 9 ottobre 1963.

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Siamo tutti attenti e in silenzio ad ascoltare Italo che continua la sua spiegazione:

In quel tempo operava in questo posto una grande società privata  che si chiamava SADE ossia Società Adriatica di elettricità. Due cose fondamentali, era una società privata, cioè aveva dei padroni privati e lavorava per guadagnare. Cosa faceva questa società ? faceva dei laghi artificiali, le dighe non erano altro che muri per contenere l’acqua perché loro avevano la concessione di adoperare l’acqua per portarla nelle centrali per produrre energia elettrica per poi venderla.

Questa società lavorava in regime di monopolio era l’unica a lavorare nel triveneto e in parte anche in Lombardia. Autorizzata a fare queste opere, capirete che questa società  era anche una potenza economica che manovrava tantissimi soldi e i padroni erano ricchissimi come il conte Giuseppe Volpi di Misurata (vicerè della Libia, che era stato ministro del regno in tempo di guerra)e  il conte Vittorio Cini. Diciamo che le più grandi e potenti famiglie del veneto erano i proprietari della SADE. Questi “signori” avevano alle loro dipendenze anche dei tecnici molto bravi, che sapevano fare queste opere in maniera egregia.

In questa zona e mi riferisco al percorso del Piave e dei suoi torrenti che vi confluiscono, la SADE aveva già costruito 6/7 laghi artificiali e una decina di centrali, da sottolineare che queste opere erano tutte collegate tra di loro. Dovete immaginare queste montagne tutte forate con gallerie e tubazioni che trasferiscono l’acqua da un lago all’altro e una centrale all’altra fino alla pianura, dove non essendoci più dislivello l’acqua avrebbe dovuto essere restituita la Piave dove gli era stata tolta. Non era così, l’acqua veniva adoperata anche in pianura per irrigare le campagne, e la facevano pagare, chi aveva in mano l’acqua aveva in mano un grande potere economico.

Tutto questo sistema di opere funzionava bene in quanto fatto da tecnici molto bravi, però aveva anche un difetto, in certi momenti dell’anno c’era scarsità d’acqua e  per ovviare a questo pensarono e fecero questo lago del Vajont che da qui non si può vedere. Qui c’era una valle profondissima lunga 6/7 chilometri  da qui al fondovalle c’erano circa 300 metri profondità. Decisero di fare questa diga. Attenzione che non era lo scopo quello di fare la diga più alta del mondo come lo fu, ma lo scopo era quello di creare questo grande contenitore d’acqua.

La grande profondità di questa valle che poi anche si allargava, restando comunque sempre profonda, aveva una capacità di contenere 160 milioni di metri cubi d’acqua che per loro era utilissima per poter far funzionare tutti i giorni dell’anno le centrali che avevano a disposizione. Quando fu ideato questo lago fu anche chiamato “la banca dell’acqua” per l’importanza che venne data a questa opera.

Quando questa società arrivò qui per iniziare questi lavori si presentò in questo paesetto che poi andremo a vedere e scoprire che si chiama ERTO e CASSO. Era un paese poverissimo abitato da gente di montagna che viveva come poteva su questo territorio che non era il massimo come fertilità, ma la gente ci abitava, coltivava patate, fagioli, avevano le mucche, tagliavano la legna del bosco, c’era un po’ di artigianato del legno, povertà e emigrazione, ma sostanzialmente la gente tirava avanti così.

Quando arrivarono questi “signori” che sarebbero da chiamare con un altro nome, sembrava che qui dovesse cambiare il mondo, fecero un mucchio di promesse dicendo, noi vi porteremo il progresso, vi porteremo il lavoro sulla porta di casa, il lago che faremo vi cambierà la vita perché porterà il turismo, il progresso; erano belle promesse e la gente ci credeva anche e ci sperava in questo, ma cosa cambia sul territorio quando si fa un lago artificiale, più o meno grande e importante ? Il cambiamento più grande è che una parte del territorio viene sommersa dall’acqua e l’uomo non è un pesce, non può vivere sott’acqua e il fondovalle che viene ricoperto dall’acqua è il terreno più fertile, ma se sott’acqua ci vanno anche i paesi si perdono le case, le stalle, gli animali, i mulini, le segherie e tutto ciò che permetteva di vivere. Questa gente che possedeva le cose che sarebbero andate sott’acqua fu pagata ? Questa gente fu pagata una miseria quando fu pagata… e molti non furono nemmeno pagati. Lo so per esperienza diretta quando ero sindaco e quando Tina Merlin seguiva direttamente la causa di queste persone così bistrattate.

Adesso iniziamo il percorso  sulla Diga. Raccomando di fare attenzione ai gradini, guardate la gola sulla destra, profondità e lunghezza, e Longarone sullo sfondo.

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Camminiamo sopra il muro della diga che quando fu fatta era la più alta al mondo non la più grande, con  270 metri di altezza dal fondovalle. Sopra la diga era stata costruita anche una strada. L’unico danno avuto dalla diga nel disastro è stato il distacco di questa strada, la diga è stata considerata un capolavoro assoluto dell’ingegneria e delle costruzioni non ha avuto un millimetro di cedimento se si pensa all’estremo collaudo che ha avuto questa opera.

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Qui vedete questo fabbricato bianco che esisteva esattamente qui dove siamo noi. Era la cabina di comando dove a lavori finiti manovravano tutto quello che serviva manovrare, centrali, uscite dell’acqua alle varie quote, tutto.

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La cascata d’acqua che avete visto percorrendo la diga  è conosciuta come la “galleria di bypass o la “galleria di sorpasso”, è tanto importante perché non l’hanno fatta dopo il disastro per far uscire  l’acqua come adesso sta facendo. In quella galleria ora passa l’acqua del Vajont che nasce  dalla parte del Friuli, e deve per forza passare per una galleria dopo che la montagna caduta e ha ostruito e chiuso la valle, quell’opera non è stata fatta dopo per fare quello che la vedete fare, ma è stata fatta prima della caduta della montagna durante la costruzione del lago. A cosa serviva prima ? gli scarichi gli avevano già fatti sulla diga. Quella galleria era stata fatta prima del disastro perché questi “signori” sapevano che la montagna era in movimento e prima o dopo cadeva e cadendo la montagna gli avrebbe mangiato 2 chilometri e duecento metri di lago, praticamente avevano le condutture e le centrali  in questo posto e il lago lo avevano a 2 chilometri di distanza quando sarebbe caduta la montagna, allora nella loro logica di ingegneri, pensarono che per adoperare l’acqua anche dopo il disastro dovevano fare un tubo sotterraneo di bypass dell’acqua per poterla adoperare anche dopo. I tribunali dopo il disastro hanno considerato questo lavoro come prova di colpevolezza, perché loro sapevano. Ora quella galleria serve come scarico dell’acqua, prendendo quel che resta del laghetto a monte e lo manda fuori facendo quel salto che avete visto.

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Prove che sapevano che questa montagna cadeva ce ne sono tantissime, ma le tenevano tutte nascoste perchè a loro interessava solo il loro interesse, tradotto:“i soldi”. Quando questa montagna si mosse creò un pericolo e una preoccupazione grandissima, anche perché era una montagna abitata. Inizialmente non avevano approfondito bene  e poi quando hanno capito hanno tenuto nascosto e  non hanno bloccato i lavori per non perdere gli investimenti il motto era  tacete e andiamo avanti…. hanno corrotto tutti i geologi del posto pur di proseguire.

Quando faremo la nostra camminata, vedremo che qui sopra c’è il paesetto di Casso e i contadini di Casso avevano le Casere  dall’altra parte sul monte Toc e a un certo punto questa montagna si ruppe e cominciò a muoversi destando grande preoccupazione . Non pensate a frane, erano due terzi della montagna che si muoveva, un giorno si muoveva di qualche centimetro altri giorni di un decimetro, questo movimento durò circa 3 anni e questa montagna si è mossa di quasi 4 metri. Non era poco e questo pericolo gravissimo fu negato a tutti i livelli, qui in sostanza si creò una società criminale che se ne fregava della sicurezza umana, perché gli interessi economici erano troppo alti , si doveva solo adoperare l’acqua, indipendentemente dal resto.

Durante i lavori, questa società privata, la SADE, fece queste opere, però a Roma si stava lavorando ad una legge importante  quella della nazionalizzazione dell’energia elettrica, cioè nasceva l’ENEL, questa legge prevedeva che lo stato comperasse tutte queste opere per farle gestire dall’ENEL società statale e se si comperano le cose bisogna anche pagarle. Questa compravendita avveniva se le opere erano state terminate collaudate con le carte in regola e che producessero, questa cosa è avvenuta anche per questa diga e questa società criminale anche con la complicità dello stato, perchè anziché controllare , fu complice di questa cosa e quattro mesi prima della catastrofe ci fu il passaggio proprietà fra la SADE privata e l’ENEL pubblico.  Bisogna dire che tutti i dipendenti e gli ingegneri passarono alle dipendenze dell’ENEL  e così le responsabilità furono trasferite da un ente all’altro ed è successo che una notte questa montagna  che aveva dato gravissimi segni di cadere crollò improvvisamente con una velocità incredibile.Dovete immaginare la diga finita e il lago pieno.

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Nelle ultime ore avevano pensato di abbassare l’acqua, ma non di molto. Una notte alle 22:45 questa montagna crollò. Dovete considerare la velocità e la compattezza. Non pensate ad una frana e a del materiale che rotola giù, la montagna improvvisamente crollò nel lago con circa 200 milioni di metri cubi di terreno, è chiaro che questo evento manda via l’acqua, e questo è un fatto mai avvenuto in nessuna parte del mondo.

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L’acqua impazzita è schizzata in alto raggiungendo i 300 metri di altezza, superando il paese di CASSO  che è stato salvato perché sotto c’è una parete di roccia che ha respinto indietro  l’enorme risalita dell’acqua e tornando indietro l’acqua ha trovato la via di fuga nella gola a monte che abbiamo visto, che è stata completante riempita d’acqua in un attimo, acqua mista a fango, alberi e detriti, ci sono ancora i segni e le foto dell’epoca di dove l’acqua sia passata e quale altezza abbia raggiunto, dopo che la gola fu riempita, ha preso velocità e potenza ed è scesa verso Longarone.

In un attimo Longarone non c’era più nel vero senso della parola, è rimasto un mare di fango, e la  morte. Si è formata una grande piena sul Piave, sono usciti in un attimo 50 milioni di metri cubi d’acqua, questa piena ha fatto danni fino a Belluno con morti provocati da questa alluvione, poi fino al mare che dista 100 chilometri sono arrivati cadaveri e macerie, Per darvi una idea si dice che la potenza dell’acqua piombata su Longarone   ha scavato un cratere profondo 40 metri e aveva una potenza di circa due volte o forse di più della bomba atomica di Hiroshima, questo è quello che è avvenuto verso valle, una cosa mai vista e  successa. E’ sbagliatissimo paragonare il disastro del Vajont con altre cose successe nel mondo, non c’è nessuno altro disastro di queste proporzioni e tipologia. Verso monte il lago era pieno e ha prodotto un’onda che ha distrutto tutto, sei borgate del paese sono sparite, l’onda ha raggiunto un’altezza di 100 metri, complessivamente Erto ha avuto 200 morti che sommati a quelli di Longarone fanno circa 2000, dalle macerie sono stati estratti 4/5 persone “dei miracolati” .

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L’ufficialità parla di 1910 ma ci sono morti successivi a causa di ferite , traumi, gente che si è lasciata morire per il dispiacere, gente che ha avuto 20 30 morti in casa, (nella costruzione della diga 12/13 morti) Dei morti di Erto sono state ritrovate solo un 15na di salme, degli altri non si è più saputo niente, sono stati disintegrati dalla forza dell’acqua. Sentire dire questo da Italo che a quel tempo aveva 20 anni e che ha partecipato ai soccorsi, fa raggelare il sangue.

Continua la spiegazione di Italo sulla diga:

La strada che avete visto sotto la diga non si può percorrere, essendo proprietà privata dell’enel, ma da cinque sei anni, una volta all’anno riusciamo a farla aprire e organizziamo “la camminata della memoria “ è un percorso di grande interesse e se volete venire a farlo tenetevi in contatto con la Pro Loco di Longarone, quest’anno le iscrizioni saranno chiuse a 8000 partecipanti si svolgerà l’ultima domenica di settembre.

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Molto si è parlato e discusso su questa tragedia anche il film VAJONT di Renzo Martinelli  è stato chiaro e io ho partecipato come comparsa. L’unica cosa non vera del film è la storia dei due morosi… Nessuno può dire nulla sugli effetti speciali del film, non si sa se sia stato così o peggio !!! l’unica cosa  che manca in questa tragedia è la conoscenza e la visione di cosa sia realmente successo nel momento preciso della tragedia che essendo stata di notte nessuno l’ha vista . Aggiungiamo che il Capo cantiere Ing. Pancini è stato rinviato a giudizio e prima di arrivare al processo si è suicidato

Ora inizia la passeggiata e Italo continua con le sue spiegazioni:

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Il Piave prima della costruzione delle ferrovie e delle strade era una via fluviale molto importante, il fiume che ora vedete senz’acqua era navigabile fino al Cadore. Il porto principale era Ferrarolo di Cadore che sta 25 Km più a monte. L’acqua, è stata portata via tutta dalle dighe e dalle centrali idroelettriche costruite in tutte le valli del Piave Adesso il fiume è una fogna a cielo aperto, a valle hanno dovuto costruire enormi depuratori in quanto ora il fiume non riesce nemmeno a smaltire nemmeno gli scarichi depurati. Pensate alla bellezza del Piave quando ancora era un fiume pensate a quanto è stato tolto al paesaggio con questi lavori.

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Siamo al confine della Veneto con il Friuli. Il sentiero che percorriamo era la strada principale che fino al 1913 collegava il veneto a Friuli. Fino a quell’epoca i paesini  qui intorno non conoscevano la ruota, o meglio non la si poteva usare…su questi sentieri non passavano i carretti e in certi punti neanche i cavalli … tutto quello che era necessario trasportare veniva portato con le gerle  sulla schiena della gente. La gola era impraticabile e si doveva per forza salire di qui a piedi. Un’altra gola si incontrava in territorio friulano e anche li era esattamente lo stesso. Questo che stiamo percorrendo è il sentiero di S..Antonio, perche dopo il bivio andando giù si trova una cappelletta nella roccia dedicata a S.Antonio.

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Dal paesetto di  Casso (5/6 minuti)  c’è il sentiero del carbone   (troi del charbon) costruito apposta per portare il carbone nei porti fluviali del Piave (portar la legna pesava tanto e quindi si trasformava la legna  in carbone naturale che pesava meno) e le donne lo portavano nelle gerle per questo sentiero che seguiremo in un percorso quasi pianeggiante per non perdere quota che  porta fino nei boschi della Valzemola Queste montagne che vedete da questa parte fanno parte del parco delle dolomiti Bellunesi, laggiù c’è Ponte nelle Alpi, Belluno, questa è la valle di Zoldo, quelle montagne con la neve PEL gruppo del Duran Pramper Pramperet  il Serva

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Da questa parte siamo nel Parco delle dolomiti friulane due parchi molto simili come territorio flora e fauna. A Maniago a 20 Km è famosa la produzione di coltelli. Nel parco vivono tutti gli animali da montagna, camosci caprioli tanti cervi stambecchi aquile, volpi orsi linci. Ci siamo alzati dal livello della diga e da qui la possiamo vedere dall’alto.

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Il sentiero prosegue verso Casso. Erto e Casso hanno due origini diverse con due dialetti differenti a Casso si parla il veneto antico e a Erto un ladino particolare ed anche essendo nello stesso comune ci sono due parrocchie diverse, Casso è autonoma e  Erto ha la Parrocchia di S. Gervasio e Protasio e la  parrocchia di S. Bartolomeo e dipendiamo da due diocesi Casso dalla diocesi di Belluno e Erto dalla diocesi di Concordia-Pordenone . Prima del disastro del Vajont ERTO e CASSO pur essendo dello stesso comune aveva dei confini ben precisi guai a chi sconfinava e se si prendeva qualche pezzo di legno oltre confine erano guai…. In un secolo ci saranno stati due matrimoni tra gli abitanti dei due comuni.  Le case di Casso sono tutte una attaccata all’altra strette e alte per consumare meno terreno possibile, tutte le abitazioni avevano attaccato anche la stalla e tutti i terreni terrazzati qui attorno erano coltivati a orti, patate e fagioli, il fieno per le mucche veniva fatto in montagna sui pendii più scoscesi e lo portavano giù quando potevano con le slitte o altrimenti sulla testa e questo lavoro era fatto dalle donne…le donne incinte spesso andavano a lavorare sui boschi e rientravano con il bimbo in braccio….rarissime volte la gravidanza arrivava al nono mese…

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Entrati a Casso passiamo davanti ad una botteghina caratteristica e poi ci fermiamo sulla piazzetta con il bar per la pausa pranzo.Il tempo sta cambiando e questo ci mette fretta e partiamo percorrendo il sentiero del carbone fino a ERTO

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Il sentiero si inoltra nel bosco e ad un certo punto ci viene fatto notare dalla guida che quando si cammina sui sentieri antichi si deve guardare cosa c’è intorno. Ci viene indicato uno stabile diroccato e poi un po più a monte un’altra costruzione. Qui c’era un mulino con  una vasca d’acqua e una condotta. E’ l’unico corso d’acqua che Erto poteva utilizzare per far girare una mola del mulino. Sarebbe interessante ripristinare questi stabili per far conoscere l’ingegno che avevano una volta per adattarsi alle varie situazioni. Proseguiamo, il panorama cambia, si deve attraversare un ghiaione in salita, vediamo grossi nuvoloni sulla parte friulana avanzare verso di noi. La sta già piovendo.

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Ci fermiamo ad osservare la valle del Vajont sottostante e ancora si vedono le ferite della terra  provocate dal disastro. Vediamo il lago che si è formato a valle poco prima del paese di ERTO nuovo. Alle destra del lago la ferita della montagna e lo sbarramento creato dalla frana.

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Dopo una deviazione a causa del crollo di un ponticello  sul sentiero arriviamo stanchi a ERTO NUOVA e inizia a piovere. Ormai siamo arrivati e vediamo in basso il bus che ci sta aspettando.

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Sosta tecnica al bar e visita alla bottega di Muro Corona, che intravediamo dentro con una cliente, ma che poi sparisce. Ultimi passi a Erto vecchia semidisabitata ma in ristrutturazione, con sosta all’osteria più vecchia del paese, e poi per noi che abbiamo il camper e auto alla diga, visto che il tempo sta migliorando optiamo per la discesa a piedi col Italo verso il parcheggio, rifiutando il passaggio offerto dal bus con un percorso di altri circa 4 chilometri sulla strada provinciale.

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Alle 18 arriviamo ai camper con piacere, stanchi ma molto soddisfatti per la giornata interessantissima che abbiamo appena concluso. Per consolarci della fatica decidiamo di fermarci a Pedavena per la cena in birreria, prima di  tornare a casa. Ancora una volta grazie al GAM per l’intelligentissima uscita proposta.

gruppo Gam

73 amici del GAM Zugliano in posa a Casso davanti al monte Toc.

Gastone e Francesca

 
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